AIUTARE A RIALZARSI. IL DELICATO MESTIERE DELLO PSICOLOGO

Salvatore Russotto è un giovane psicologo impegnato nello sportello psicologico gratuito per ragazzi e genitori dell’Arcella promosso con il progetto Scholé. Grazie alla sua disponibilità abbiamo fatto due chiacchiere sulla sua professione e sulle storie che incontra ogni giorno.

  • Iniziamo dalle basi: chi è lo psicologo e cosa fa?
  • È un professionista che si occupa della salute mentale, delle problematiche psicologiche e relazionali. Si occupa anche di valorizzare le risorse che le persone possiedono: si può andare dallo psicologo non solo quando si ha un problema, ma anche per comprendere se stessi ed provare a capire quali decisioni prendere.

  • Come si diventa psicologi?
  • Per diventare psicologi è necessario prima laurearsi – una triennale e una magistrale –, fare un anno di tirocinio dopo la laurea e sostenere un esame di stato che abilita alla professione. Se si vuole proseguire ulteriormente il percorso di formazione, si può approfondire con altri quattro anni di specializzazione e diventare psicoterapeuti. Negli anni di specializzazione, oltre a fare un percorso di scoperta e crescita personale, impari degli “strumenti” in più che ti aiutano a seguire delle difficoltà complesse, favorendo il benessere delle persone.

  • Come mai ha pensato di fare lo psicologo?
  • L’ho deciso qualche anno dopo aver finito la scuola, più tardi. Ho sempre avuto il desiderio di aiutare gli altri: mi ha sempre appassionato il tema dell’inclusione delle persone senza dimora e di tutte le situazioni di marginalità sociale. L’idea di dare speranza a chi sta male e di poter favorire dei cambiamenti mi ha aiutato a scegliere la strada per diventare psicologo.

  • Secondo lei, la gente comune, come vede uno psicologo nel 2021?
  • Le persone spesso immaginano la figura dello psicologo come quella dei film, in modo un po’ stereotipato. Spesso prima di incontrarsi con lo psicologo, hanno un po’ di timore su cosa lui gli potrà fare e permane l’idea che possa violare in qualche modo la loro privacy. Li spaventa, diciamo, ma, alla fine, scoprono che è meno minaccioso di quanto si pensi. La figura dello psicologo a volte viene erroneamente associato alla “pazzia”. E qui c’è da chiedersi chi è veramente normale e che cos’è la normalità.

  • Quando lei riesce ad aiutare un paziente che sensazione le dà?
  • Per me, riuscire ad aiutare qualcuno è gratificante. Devo però anche tener conto che bisogna rispettare il bisogno del paziente di stare male e restargli vicino in questi casi anche senza pretendere un cambiamento repentino. Questo atteggiamento di rispetto può essere importante per lui. In queste situazioni si sente meno solo e rispettato. Di solito pretendere troppi cambiamenti spesso mette ancora più in difficoltà le persone. Bisogna prendere le cose con calma. C’è un tempo per stare male, un tempo per conoscersi, un tempo per trasformarsi e scoprire la propria strada.

  • Quale è stato l’argomento più comune tra i giovani che lei ha affrontato? E quello tra gli adulti?
  • Alcuni temi comuni a molte persone, giovani e adulte, hanno a che fare con le relazioni: spesso sia giovani che adulti non si sentono visti o accettati, e sentono il peso delle aspettative che hanno gli altri verso di loro. Molti adolescenti vivono questa difficoltà: si sentono sotto pressione e pieni di aspettative a cui rispondere – genitori, scuola, amici… -. Un altro argomento che incontro spesso durante i colloqui è la solitudine.

  • Secondo lei, il mondo digitale, ha cambiato il modo di pensare tra le persone?
  • Sicuramente ha aperto molte opportunità e ne ha messo in discussione delle altre. Per esempio, nella terapia il digitale può essere utile per i ragazzi e per le persone in generale che non sono disposti o fanno più fatica a venire fisicamente ai colloqui. Basti pensare a situazioni come quella degli Hikikomori, ovvero i ragazzi che si isolano nella propria camera: grazie a questo strumento, riusciamo ad “entrare nel loro modo” e a comunicare con loro. D’altra parte, in questo ultimo periodo di lockdown, molte persone, malgrado la possibilità di incontrarsi via internet, si sono sentite più sole. E’ mancato loro quel contatto fisico che il digitale non può offrire. Io personalmente, anche se le terapie via internet sono efficaci, preferisco fare i colloqui di persona e incontrarmi in presenza.

  • Qual è stato invece l’argomento emerso più di frequente nel periodo di Covid?
  • Tra i ragazzi un argomento che è emerso spesso è il modo di vivere la scuola e le amicizie. Da un lato sono mancate le relazioni con i compagni, dall’altro la didattica a distanza ha avuto quasi dei “vantaggi” per qualcuno, che ha sentito molta meno pressione. Ora però, dopo un anno passato in didattica a distanza, tra i ragazzi a volte sembra più faticoso ritornare alla normalità di tutti i giorni; inoltre, tutte le riaperture e chiusure alternate hanno reso il rientro qualcosa di più stressante. Si potrebbe dire però che la didattica a distanza in alcune situazioni ha abbassato l’ansia da verifiche e interrogazioni.

  • Secondo lei, qual è in generale il momento più idoneo per fare una seduta psicologica?
  • Il momento più idoneo per fare una seduta psicologica è quando ci si sente pronti nel farla. Dipende dalla propria volontà di iniziare un percorso di cambiamento o di conoscenza di se stessi. Di solito i percorsi imposti da qualcun altro risultano meno efficaci.

    Articolo di: Riccardo Zhu e Andrea Santello

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