L’IMPEGNO DI CAMBIARE IL MONDO

Abbiamo incontrato Filippo Grendene 32 anni, professore e attivista politico-sociale, come lui si definisce, di Casetta Berta, dal nome di Berta Càceres, una attivista ambientalista uccisa per il suo impegno in favore dell’ambiente e dei diritti umani, in Honduras nel 2016. Casetta Berta è un progetto profondamente legato alle questioni sociali, nato per aiutare le persone sia materialmente sia offrendogli chiavi di lettura della realtà. L’anno scorso Casetta Berta è stata sgomberata da uno stabile di via Cardinal Callegari che gli attivisti avevano occupato qualche mese prima. Da allora si sono susseguiti incontri e confronti con l’amministrazione comunale, ma ad oggi il progetto non ha casa. Filippo sin da giovane ha intrapreso percorsi di militanza politica, nati dal sentimento di mettersi in gioco personalmente, perché sentiva il bisogno e quasi un obbligo di agire e aiutare le persone.

  • I giovani di oggi, pensano solo a loro stessi e non hanno le motivazioni che c’erano una volta. Quale è il pensiero che dovrebbe farli muovere come hai fatto tu?
  • Io mi permetto di non essere d’accordo con te, perché i ragazzi, gli adolescenti pensano sempre che le cose una volta fossero diverse, che quelli che sono venuti prima di loro fossero più bravi e loro vivono nella sfiga. Questo è dato da alcuni fattori: innanzitutto il mondo cambia e quindi le sfide sono sempre nuove e poi c’è anche il fatto che i vecchi tendono ad ingrandire la propria esperienza, quindi a raccontare una storia più grossa di quello che è stato. Secondo me non è vero che i ragazzi oggi guardino solo loro stessi, il mondo è complesso e ci sono molte cose da tener presente. È vero che i ragazzi non guardano le forme politiche organizzate come un orizzonte, cioè il fatto di entrare in un movimento organizzato è visto come una cosa strana dai ragazzi. Però d’altra parte c’è una grande attenzione all’ambiente soprattutto; che non è solo il Fridays for Future ma l’attenzione che il singolo mette nelle sue azioni. E poi la sensibilità alle questioni di genere, alle differenze rispetto alle donne e a tutto il mondo LGBTQ. Ad esempio io quando avevo 16 anni non avevo una consapevolezza cosi forte.
    Detto questo io penso che un ragazzo di oggi, che parte da queste attenzioni, dovrebbe provare a farsi una domanda che noi tutti dovremmo farci: come si cambiano, almeno un pochino, le cose.
    Ecco questo passaggio è un po’ più difficile oggi, la consapevolezza è molto forte, ma i modi in cui sviluppare un cambiamento sono incerti. Io immagino che un sedicenne, un diciassettenne oggi faccia fatica a dire “io mi impegno in qualcosa”, perché è consapevole che le conoscenze sono poche e non capisce di cosa si tratti esattamente. La responsabilità di questo problema è di quelli che li hanno preceduti, nel senso che è compito di quelli che sono un po’ più grandi ad aprire la strada.

  • Cosa rappresenta per te Berta Càceres?
  • Rappresenta la possibilità di affrontare in ogni contesto le ingiustizie che abitano questo mondo ma non solo, rappresenta un simbolo perché ha affrontato le ingiustizie che gravano sul mondo con varie direzioni da una parte il capitalismo che in questo momento dà la forma del mondo e dall’altra parte il colonialismo. Berta Caceres ha affrontato queste cose come donna, e non so se posso capire fino in fondo la difficoltà di fare politica ed essere donna in queste situazioni, capire cosa significa essere sotto una oppressione patriarcale che proviene da millenni di storia. Quindi Berta Càceres è un esempio di come si dovrebbe provare ad avere i propri diritti e a cambiare un pochino il mondo. Noi abbiamo intitolato “Casetta Berta Càceres” perché purtroppo è stata uccisa, questo è il motivo fondamentale. E’ una donna che ha pagato in prima persona per le sue idee e le sue azioni, per me rappresenta un esempio.

  • Quindi hai voluto portare avanti la sua voce?
  • Sì, l’idea è quella di portare avanti quello che faceva lei, non tanto nello specifico perché quella lì è proprio una lotta specifica, ma un modo di concepire quella lotta.

    Il Covid ha interrotto il vostro percorso o siete riusciti a continuare a portare avanti le vostre attività?
    Conta che Berta è stata sgomberata nel settembre 2019 e quindi noi abbiamo passato i successivi 5 mesi a pensare a come riaprirla, poi è arrivato il Covid, e questo obbiettivo è passato in secondo piano, quindi abbiamo provato a convertire quelle energie in una serie di cose che sono state comunque molto interessanti perché ci hanno consentito di continuare con queste attività.

  • E che cosa avete fatto?
  • Prima di tutto la distribuzione di cibo. I Comuni hanno avuto, durante il primo lockdown, un budget a disposizione per far fronte alle necessità alimentari di base. Però per accedere a questi aiuti occorreva avere la residenza a Padova, e ci sono moltissime persone che non avevano ce l’avevano. E allora noi che conoscevamo un po’ di gente per le nostre esperienze sociali e politiche precedenti, abbiamo fatto una grossa colletta tirando su 4mila/5mila euro e abbiamo portato del cibo porta a porta. Poi abbiamo chiesto che il criterio della residenza fosse tolto e ci siamo riusciti, una piccolissima vittoria che fa vedere che organizzandosi così si può ottenere qualcosa.
    Abbiamo creato lo sportello sociale che ha sede al Catai in via Savonarola, in cui le persone che hanno bisogno di un consiglio, una mano, una cosa molto specifica, possono venire e noi gli diamo una mano o lo indirizziamo in un luogo specializzato.
    Insomma, questo è il modo in cui abbiamo affrontato il Covid.

  • In quel periodo le disuguaglianze si sono sentite di più?
  • Le disuguaglianze sono la base della nostra società, perché il capitalismo fa profitto sul fatto che ci sia gente che sta sotto e che sta sopra, è il problema della differenza di potere. Il Covid in qualche modo ha messo sicuramente alle strette una grossa parte di popolazione già povera. Noi questo lo vediamo nell’aumento delle persone che vengono da noi allo sportello e alla distribuzione alimentare, che infatti sono triplicate.

  • Percepisci che la situazione delle persone sia migliorata grazie al vostro aiuto?
  • Potrei dirti che riusciamo anche a “tappare” alcune situazioni difficili.
    Ad esempio: abbiamo conosciuto il caso di una persona che doveva fare la dialisi perché molto malato. Gli sono scaduti i documenti e non riusciva ad accedere alle cure. Siamo riusciti a rinnovargli i documenti. Questo è un caso estremo, ma ce ne sono tanti altri simili. Aldilà dell’aiuto materiale e che sicuramente serve, io ho visto una cosa bella: ho visto che molte persone diverse da me hanno iniziato a riconoscersi, ad esempio al punto di distribuzione alimentare che abbiamo allestito, vengono pakistani o bengalesi, persone diverse mai conosciute prima che iniziano a comunicare tra di loro e con noi.

  • Quali sarebbero state le nuove iniziative con la riapertura di un nuovo possibile spazio?
  • Le attività che avevamo già impostato erano un corso di italiano per stranieri, un laboratorio informatico, un laboratorio di produzione audio e video e una nuova sede dello sportello sociale. Però ti dico che queste non saranno le cose più belle perché si faranno molte cose fuori dallo spazio portando un po’ di cultura e di aggregazione.

    Articolo di: Elio Caballero

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